In nomen omen

Nel nome il destino. La confusione a volte può essere generata anche dal nome.

Prendiamo Asus EEE PC. La tripla E, andando a leggere capiamo che è l’acronimo di Easy to Learn, Easy to Work, Easy to Play.

Ma allora non bastava un solo “Easy” e poi andavi a spiegarlo dopo quante cose diventavano facile con quest’oggetto?

Soprattutto, perché quel “PC”. Come ben sappiamo si tratta dell’acronimo di Personal Computer introdotto da IBM con cui vengono connotati tutti i computer IBM compatibili, i cloni su cui ha cominciato a funzionare prima il DOS e poi Windows, OS/2, Linux e così via.

Apple non si è mai sognata di chiamare una sua macchina “PC”, anche se non sono pochi che alla domanda “Che cos’è un Macintosh” risponderebbero “Un PC”.

Il fatto è che quando un oggetto è quello che offri non ha senso dire poi, “ma volendo puoi farlo diventare qualcos’altro”.

L’ideale sarebbe stato chiamarlo “Asus Easy”. Ma se proprio volevi orientare l’acquirente avresti potuto anche dargli un nome più individuativo, tipo Asus EasyBook.

Altrimenti capita di sentirti dire: “Se io compro un PC poi devo potergli far fare quello che voglio, come mettergli l’applicazione Terminale o Windows Vista”.

Non far capire la novità del prodotto è un grande errore che ha accompagnato prodotti analoghi prima di lui.

Prendiamo Quaderno Olivetti. Qui il problema è stato diverso: “Quaderno” era un nome perfetto; perfino internazionale nel suo Made in Italy (anche se poi lo faceva Memorex).

Per quegli anni il quaderno monocromatico era perfetto. Peccato che il software che lo accompagnava non c’entrasse niente e fosse un’autentica schifezza. Venderlo con un DOS e un MS Works per DOS più un PIM per DOS sarebbe stato l’ideale. Con il suo schermo monocromatico (come i Palm fino al Vx) poteva far durare la batteria un’eternità. Era piccolo e leggero e lo portavi dovunque. Invece di comprendere questa specificità gli uomini del marketing Olivetti in combutta con i loro tecnici tirarono fuori una versione retroilluminata, anche se non a colori, con Windows 3.1 che esauriva la batteria in breve tempo e la cui GUI poneva problemi di dimensioni dello schermo, di precisione del mouse, di visibilità… La gente lo paragonava a un PC e pensava: “Com’è scomodo”. Costava più di un Notebook e la gente pensava: “Ma con quei soldi mi compro un Notebook a colori completo di tutto. Così finì in rovina fra eterni rimpianti dei suoi estimatori (più che altro del primo modello).

Oggi Asus rischia la stessa sorte. Oltre al nome rischia di produrre delle macchine per tutte le stagioni che fanno perdere forza all’originalità e all’unicità della proposta, sottraendo energie che servirebbero per fare evolvere la formula del suo software e, invece di investire in manuali (trovate in giro un manuale completo di come funziona e come si può personalizzare lo Xandros per Asus e vi dò la medaglia) e in applicazioni dedicate si disperde a consentire l’installazione di Distro Linux qualsiasi e soprattutto altri Windows.

Che cosa manca, ad esempio, di importante per un prodotto di questo tipo e manca al confine dello scandalo è un buon PIM: un’agenda, le attività, il calendario, la rubrica. Ha ragione il mio caro amico Vittorio Pasteris quando mi fa presente che uno per segnarsi gli appuntamenti non dovrebbe doversi collegare in rete. Dovrebbe piuttosto sincronizzarsi con il cellulare.

Poco male se uno potesse dire: “Aspetta i prossimi aggiornamenti e vedrai che lo introdurranno”. Tuttavia, a forza di concentrarsi sulle evoluzioni del device come imitazione di un qualsiasi PC sarà poco probabile che si stornino risorse su queste evoluzioni.

E questo è già l’inizio della fine: nonostante il grande successo di vendite, un giorno la gente si sveglierà e capirà che quel PC costa poc, ma è anche veramente poco pratico!

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