Windows 7 farà davvero dimenticare?

Windows 7 o UNIX?

Un commento di ieri dell’opinionista del Wall Street Journal, Walt Mossberg, celebre per le autorevoli colonne sulla tecnologia a misura personale, dal titolo A Windows to Help You Forget sta facendo molto parlare di sé e si attirerà verosimilmente gli strali di molti fans della mela o del pinguino – comprensivi ovviamente del sottoscritto, che però ha una posizione un po’ discosta.

Mossberg, dopo una interminabile e sfegatata affiliazione al mondo Apple, pur senza rinnegarlo, arriva a sostenere che con “7” Windows ha finalmente raggiunto il benchmark Macintosh-UNIX.
Dopo un test intensivo lungo una gestazione arriva a concludere che si tratta di un OS stabile, veloce, parco di risorse e ad alta compatibilità. Notevole sarebbe l’efficacia sotto il profilo dell’usabilità, concludendo che si tratta del miglior Windows di sempre.

In particolare, rispetto al target Mac avrebbe migliori l’anteprima e la navigazione, un’organizzazione delle finestre più semplice e un look complessivamente più elegante ed efficace. Niente a che vedere con Vista. Persino le capacità di touchscreen e la gestualità dei touchpad, ripresi dalle idee di Apple, non sfigurano affatto e – cosa importantissima – finalmente le reti si attivano in maniera trasparente e naturale.
Esprime la valutazione complessiva affermando: “Attribuisco a Mac OS ancora un leggero vantaggio in ragione di una maggiore facilità e convenienza nell’aggiornamento, del numero maggiore di applicazioni contenute e una notevolmente minore vulnerabilità a virus e programmi malevoli che al momento nascono per funzionare sotto Windows”.

Grazie alla buona operazione di anteprima gratuita pensata dallo staff di Ballmer, Mossberg non è stato l’unico a mettere sotto il torchio il nuovo Windows. Fra i tanti, l’ha provato anche il sottoscritto. Tutto lascerebbe pensare ad una smentita. Non è così. È già da prima dell’estate che comunico ai miei amici utenti Microsoft che, dopo il bidone di Vista, con Seven Redmond non solo fa dimenticare il flop precedente, ma esce con la maggiore novità assieme a Windows 2000 (che integrando NT e 9X ha modificato il modo di pensare l’ambiente a finestre).
Seven è veloce, stabile e funziona bene. L’usabilità è molto curata e non fa rimpiangere quella di Mac. Potrei arrivare ad affermare che si tratta del Windows che troverà maggiore sintonia con gli utenti Mac.

Tuttavia mi sento di essere meno ottimista di Mossberg e, senza andare a guardare troppo sotto il cofano, mi sento di aggiungere alcuni elementi a favore di Mac OS.
Rispetto all’usabilità c’è da dire che le transizioni non sono così fluide (la gestione grafica del Mac) e sicuramente Microsoft eredita ancora molto della mentalità “numerica” a discapito di quella “analogica” che è addirittura ridondante il Mac. Il funzionamento ad oggetti che in Mac è nativo da sempre, non è altrettanto naturale neppure in “7”.

I cambiamenti ci sono, ma hanno anche un prezzo, che in parte anche Apple sta facendo pagare ai propri utenti, soprattutto in termini di aggiornamento hardware. Non sono molte le macchine datate in grado di funzionare con i nuovi sistemi operativi. Anche il prezzo è sufficientemente alto (ma si sa che in questi casi esiste un ampio sottobosco di soluzioni alternative) e si è costretti ad una scelta fra la versione a 32 e a 64 bit. La compatibilità con le applicazioni non sempre viene completamente rispettata, ma il danno è minimo.

Complessivamente chi ha macchine nate per XP (quelle precedenti non hanno più storia) farà probabilmente bene a tenersele così, mentre chi ha sistemi più recenti (leggi Vista) farà bene a fare al più presto lo switch, mettendo in conto che presto o tardi si troverà ad aggiornare anche parte del software applicativo.

Penso che i problemi di compatibilità maggiori li avranno i meno flessibili ai cambiamenti di interfaccia, perché questa sta a XP come quello stava a 95, o ancor più. Ai più abitudinari potrà addirittura sembrare un sistema del tutto nuovo.
Inoltre, nonostante sia garantita l’intallazione per aggiornamento, sarà bene che la evitiate, se volete veramente sfruttare la nuova versione e se non volete inciampare in ricorrenti incompatibilità. Salvare, formattare, installare ex novo (sapendo se la vostra macchina supporta i 64 bit o solo i 32 – come gran parte dei notebook core solo).

La vera differenza, fra i due mondi, sta principalmente nella filosofia di fondo: Seven, per quanto evoluto, è sempre un Windows, oltre che nella concezione “numerica” cui si accennava prima, anche nella logica di funzionamento. Il registro di sistema è sempre lì con le sue dimensioni bibbliche e il precetto di caricare tutto all’avvio (anche se anche qui sono migliorate molte cose, che però non si sfrutteranno a pieno fino a che anche i programmi non saranno ottimizzati). Per quanto selezionato, l’hardware compatibile è ancora moltissimo per non richiare conflitti e lo stesso vale per il software. La logica delle applicazioni (e dei documenti) costruite a pacchetto che contengono al loro interno gli elementi necessari a funzionare di volta in volta e solo quelli, appartiene ancora solo ai sistemi derivati da UNIX, come Linux e Mac, e non certo a Windows.

Insomma chi ama la solidità UNIX non sarà soddisfatto neppure di questo Seven.

Sistemi operativi o ecologie?

Di fatto quello che sta avvenendo è un lento processo di assimilazione delle trasformazioni del software, a partire proprio dai sistemi operativi. Se andiamo a guardare bene le linee guida che accomunano i tre principali prodotti, ovvero Mac OS (Snow-) Leopard, Windows 7 e Karmic Koala (Ubuntu 9.10, che dovrebbe uscire in contemporanea a Seven gli ultimi giorni del mese) equivalgono alle loro principali novità:

  1. la velocità di accensione e spegnimento
  2. il risparmio di risorse
  3. lo sfruttamento dei servizi in rete
  4. l’interazione con l’utente e il supporto di media e dispositivi

Da questo punto di vista Ubuntu strizza l’occhio al cloud computing e migliora le proprie prestazioni non senza uno sforzo nell’amichevolezza dell’interfaccia (anche grazie al nuovo Gnome, mentre Microsoft cerca di essere presente ovunque e continuare ad essere l’interlocutore privilegiato di tutti i produttori di hardware e software, oltre a rinforzare la propria presenza nel business dopo la delusione e le perdite dovute a Vista. Anche i prezzi sono ritoccati, anche perché l’esigenza di cambiare sistema operativo è di anno in anno meno sentita.

Il punto in ultima è proprio questo: l’oggetto-sistema operativo non ha più molto da dire. Gli upgrade maggiori di oggi sono paragonabili a quelli minori di un tempo e il sistema operativo per workstation sta facendo la fine dei computer desktop: tirato da due tendenze opposte sta per assottigliarsi fino ad una sua futura scomparsa. La nebulizzazione delle risorse di calcolo e di archivio nella rete dalle forme e dai confini sempre più sfumati (cloud computing) e la diffusione – e la moltiplicazione replicativa – dei dispositivi mobili interconnessi (smartphone) stanno definitivamente definendo lo scenario del prossimo futuro.

Ed è qui che l’idea di Apple fa la differenza!

Apple oltre Macintosh

In fondo Cupertino non ha mai avuto in mente di vendere un sistema operativo, ma piuttosto un concetto di computer integrato per i quali viene realizzato anche il sistema operativo, prima, e da una decina di anni a questa parte una galassia “liquida” di corpi e connessioni eterogenei che Jobs definì digital hub, poi.

Si tratta dell’evoluzione di Newton (per cui Apple ha ricomprato uno dei vecchi artefici), trasportata in iPhone e iPod Touch. Sempre meno computer e sempre più oggetti, al contempo fortemente integrati (il “tutto” è il device e non le componenti) e indipendenti (packages eliminabili e ripristinabili). Apple e Google sono i punti di riferimento (assieme ai figli minori come i visionari Linux e come la nuova corrente di Palm) di questa filosofia. A questo modo di ragionare neppure Seven, come tutti gli altri Windows, non è pronto.

Perché Apple da troppi anni non riesce ancora a decidere come sarà il suo iPad, l’anello di congiunzione fra il computer sapiens e quello liquido? Probabilmente perché c’è l’ambizione di creare qualcosa che del braccio di ferro fra sistemi operativi non saprà più che farsene.

Il problema è caso mai quello di domandarsi quali imprese, quali istituzioni, quali persone riusciranno a comprenderlo: lo scarto fra visionari e manutentori rischia di essere divenuto così distante da isolare entrambi, abbandonandoli alla deriva della loro naturale direzione.

Già chi scrive si domanda quanti sono riusciti a seguirlo fino a qui e si risponde che probabilmente i più hanno smesso da molto di leggere: forse gli bastava sapere se il nuovo Windows vale la pena di essere comprato. E a quel livello direi che, virus a parte, tutti i sistemi sono uguali.

Appartenere alla galassia Apple non è una questione di questo o quel sistema operativo, ma piuttosto di un insieme geografico reale e virtuale interconnesso e fortemente flessibile, fatto di simultaneità e condivisione, ma anche di libertà ed ecologia.

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2 commenti

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2 risposte a “Windows 7 farà davvero dimenticare?

  1. Christian M

    mah, permettimi di dissentire completamente dalla tua opinione, che in quanto tale rimane la tua. Spero solo non ti metta a giocare in borsa, perche’ in quanto a scommesse credo non sia proprio il tuo campo.

    • Io non solo te lo permetto, ma anche te ne ringrazio! E, ovviamente, l’opinione è mia.
      …ma potrei sapere a quale delle opinioni espresse fai riferimento ed, invece, qual è la tua in proposito?

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